Costantino Ciervo
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Appunti di Ermeneutica sul concetto di controllo e sicurezza

Il controllo, la sicurezza, sono concetti imprescindibili da quello del dominio. Il rapporto sociale tra il dominante è il dominato è strutturato attraverso un sistema di monitoraggio la cui intensità, forma e complessità, dipendono dal grado di conflittualità che caratterizza i bisogni contrapposti delle due categorie umane, e non ultimo, dal livello dello sviluppo storico e tecnologico del sistema di produzione e riproduzione dell’economia.
Se diamo per pre-analizzato che in una società fondata su un’economia di profitto il rapporto verticale di potere, tra chi detiene dall’alto il comando e organizza, gestisce, l’economia (multinazionali, manager, organizzazioni economiche e finanziarie internazionali etc.), e chi in basso (laureati salariati, tecnici, operai, casalinghe, studenti, precari etc.), esegue e rende operativa la produzione, - se diamo per pre-analizzato che questo rapporto di potere, e d’interessi contrapposti, è un rapporto di lucro (e ribellione), allora il controllo e la sicurezza sono direttamente proporzionali al livello quantitativo e qualitativo della contestazione ed all’intensità dello sfruttamento ed espropriazione illegittima d’umanità. Ne consegue che se si riuscisse ad azzerare lo sfruttamento scomparirebbe la necessita del controllo, e, la domanda della sicurezza, sarebbe quindi superflua.
Ma quali sono le forme di controllo nella società contemporanea? E quali sono le forme di sfruttamento?
Per rispondere a queste domande mi baserò sui concetti marxiani quali l’alienazione e la reificazione. Nel primo caso si considera una condizione conscia/inconscia dell’individuo il cui l’essere (o non-essere) sì “concretizza” attraverso la perdita dell’esperienza partecipativa all’interno del processo di trasformazione e produzione dell’oggetto (merce), con la conseguente perdita del valore d’uso (e del suo scopo) dell’oggetto prodotto, al quale valore subentra solo e prevelentamente quello di scambio. Insomma si consuma fisicamente e spiritualmente senza sapere (coscientemente) quello che si consuma e perché lo si consuma, si produce intellettualmente e fisicamente senza sapere (coscientemente) come e perché si produce.
L'uomo si estranea dall’oggetto del lavoro, dall’oggettivizzazione del lavoro, dalla natura e per finire da lui stesso.
Nel secondo caso si considera reificazione umana una condizione dell’essere in cui gli “affetti”, la soggettività di un individuo sono incorporati in un ciclo di produzione, circolazione, scambio e consumo al pari di una qualsiasi merce, con il conseguente effetto di una perdita completa di identità. L’uomo diventa oggetto tra gli oggetti e cioè “res” (dal latino cosa).
In una situazione d’alienazione e reificazione umana, l’individuo è manovrabile, condizionabile, plagiabile. La sua volontà, i suoi bisogni poco dipendono da lui, o meglio se dipendono da lui, essi scaturiscono da un contesto culturale economico i cui valori sono diametricalmente opposti alla creatività, all’altruismo, alla partecipazione, alla solidarietà, all’amore, al confronto, alla cooperazione, al sapere, all’impegno e alla distribuzione.
In una condizione d’alienazione e reificazione l’individuo è manovrabile, poiché la sua volontà, i suoi bisogni sono indotti da “necessità superiori”.
Ma chi ha interesse a esercitare un condizionamento cosi totalizzante nei confronti di un’altro individuo? E quali sono queste “necessità superiori”?
In una societá dove il fine più elevato, il valore assoluto per eccellenza, l’azione propultrice economico-culturale per antonomasia è il profitto, tradotto in termini di denaro e dominio, in questo tipo di societá, è d’esistenziale importanza, per chi gestisce, organizza e alena il guadagno venale assoluto, assicurarsi continuamente il controllo su tutto ciò che è produttivo.
Si sa che nel passaggio dal fordismo al capitalismo cognitivo, il principale strumento di guadagno non è più la forza fisica legata alla catena di montaggio, alla macchina, ma il cervello stesso. Quindi, il controllo, più che passare attraverso la coercizione fisica, deve, è costretto soprattutto a penetrare la mente, il pensiero, l’immaginazione. Penetrare la soggettività fino a renderla oggetto della propria riproducibilità in termini di bio-economia. Il soggetto è uscito dalla fabbrica e la vita, la societá tutta è diventata macchina, fabbrica.
L’intelligenza collettiva è quindi nuova forza-lavoro, differenziazione diventa omologazione, casualità diventa necessità (in senso deterministico).
Oggi la produzione è informazione, è comunicazione finalizzata, e la politica, quell’ufficiale, anche se d’opposizione, si è sempre più trasformata in un membro di un’articolata e complessa organizzazione internazionale di comunicazione, controllo e propaganda. Non a caso i temi degli schieramenti opposti, rappresentativi di questo tipo di “democrazia”, sono molto simili se non addirittura concorrenziali nel voler meglio rappresentare concetti tipici di un’economia di profitto quali il lavoro, il merito, l’autorità, l’ordine, il rispetto, il mercato, la concorrenza, l’educazione, il sacrificio e la ricompensa.
Vorrei in ogni modo affermare, che, anche se siamo passati, in senso foucauliano, da una società disciplinare (autoritaria) di controllo ad una totalitaria, il controllo non è mai e mai potrà essere assoluto, perché l’uomo per definizione è antropologicamente ibrido, differenziato, analogico, complesso, e, come tale, esso non è suscettibile di totale vigilanza.
Se è anche vero che l’intelligenza collettiva è reticolata in un sistema produttivo internazionale legato alle regole del profitto, esiste anche in contrapposizione una parte di quest’intelligenza che sfugge al controllo (altrimenti non sarei qui a scrivere). Essa produce reti internazionali di cooperazione di controinformazione, sviluppa programmi informatici i cui codici di accesso sono liberi, distribuisce e produce saperi nel network, organizza e crea tecnologie e lavoro alternativo, fonda sistemi di credito bancario orientati in direzione solidarietà e non del profitto dell’interesse, sviluppa piani urbanistici partecipativi, realizza mostre d’arte su temi dell’immaginazione liberatoria…e potrei proseguire.
La domanda che qui però si potrebbe porre è: ma se il potere, il dominio, il profitto, l’alienazione, la reificazione, sono elementi correlazionati al controllo, alla perdita di libertà, d’identità, è possibile immaginarsi una societá, che una volta “superato” il capitalismo sia in grado di non ricreare quei meccanismi di potere e dominio deleterio che avrebbero dovuto essere stati una volta per sempre debellati?
La risposta, a mio avviso affermativa, va cercata partendo dai concetti di essenza e di essere, per poi passare alla specificazione del passaggio dal capitalismo fordista a quello cognitivo.
L’essenza di un animale è quella di cacciare, raccogliere e consumare, nel e sul campo naturale, quello che la natura offre; lo scopo è quella di soddisfare un bisogno primordiale, e cioè quello di nutrirsi per sopravvivere e riprocrearsi. L’atto di violenza è prevalente, necessario: il potere e il domino del più forte che divora il più piccolo. Il suo essere consiste nell’oggettivizzare il processo d’appropriazione e divorazione della preda (se è carnivoro), o di consumare e prendere vegetazione (se onnivoro o vegetariano) a prescindere da ogni intervento esterno di trasformazione della natura (forse solo le formiche, dopo la spece umana, sembra che stiano cominciando a coltivare consapevolmente il terreno).
L'uomo invece non caccia sul campo naturale, ma lo trasforma coscientemente, allo scopo di raccogliere il prodotto del suo operare. Quest’operazione di trasformazione (attraverso l’uso della tecnologia) e organizzazione cosciente, si chiama lavoro (creatività) ed è la base primordiale dello sviluppo intellettuale e “fisico” e allo stesso tempo l’essenza dell’essere. In una fase pre-capitalistica il rapporto di dominio e potere fra sfruttati e sfruttatori, all’interno del sistema organizzativo della produzione semplice, di un’economia basata sullo scambio del valore d’uso della merce, il cui ciclo è merce-denaro-merce, - questo rapporto di dominio, di controllo, é di tipo autoritario, disciplinario/gerarchico. In questa situazione la domanda di “essere” di uno sfruttato consiste, in un primo momento, nel riconoscimento intuitivo e naturale della sua condizione di essere schiavo, servo, contadino, o, nel migliore dei casi artigiano. Al riconoscimento sussegue il bisogno, giacché massa sfruttata, di liberare energie intellettuali ed affettive. La presa di coscienza di possedere un potere perché moltitudine, - un potere che tradotto in ribellione che lo porterà, nel corso della storia, attraverso uno sviluppo delle condizioni materiali della produzione, della cultura e delle tecnologiche (i conflitti e la guerra accelerano lo sviluppo tecnologico), all’abbattimento dell’aristocrazia, alla nascita della borghesia e dello stato di diritto. Dopo una fase mercantile avanzata, la produzione raggiungendo un livello d’accumulazione di capitale mai raggiunto prima, grazie all’impiego tayloristico dell’invenzione della macchina a vapore, del motore a combustione, dell’elettricità, della radio, passa da una societá artigianale fondata sullo scambio di valori d’uso (merce-denaro-merce) ad un’economia industriale fondata sullo scambio del valore della merce (denaro-merce-denaro), dove il fine non è il valore d’uso della merce, ma il denaro stesso: il profitto, il lucro. In questa fase, da questo momento i poi, l’alienazione e la reificazione cominceranno a caratterizzare la condizione umana, l´essenza umana perde il suo contenuto ontologico.
In un primo momento, nella fase fordista del capitalismo, il controllo s’impianta sul piano disciplinare. L’operaio salariato rimane “imprigionato" nella fabbrica e il sapere resta nel capitale fisso e nell’organizzazione manageriale delle imprese.
In una fase successiva, le lotte operaie per il welfare-state, per il salario, per l'appropriazione dei saperi, degli anni 50/60/70 e ottanta mettono in crisi il rapporto tra capitale fisso e lavoro salariato, spingendo l'economia ad un processo di destrutturazione che porterà verso “l’apertura di una nuova fase storica del rapporto capitale/lavoro, seguita dal ritorno in forze della dimensione cognitiva del lavoro e della costruzione di un’intellettualità diffusa” (Antonio Negri/Carlo Vecellone). Il capitale dal controllo coercizzante e disciplinare della fabbrica passa al controllo totalizzante globale.
Qui siamo di fronte ad un fattore “sovversivo” qualitativamente e potenzialmente determinante rispetto periodo fordista: la mondializzazione del sapere collettivo. La reazione liberatoria alla reificazione e all’alienazione è potenzialmente presente a livello mondiale e non è più circoscritta nei cancelli delle fabbriche e nelle frontiere delle nazioni. Il sapere collettivo, se svincolato dalle esigenze del lucro, può creare il comune (quello che Marx avrebbe chiamato comunismo).
Per recuperare, o meglio, rifondare, in un contesto tecnologico avanzato, il contenuto d’essenza, l’umanità, la moltitudine, la bio-politica, ha bisogno di riappropriarsi di ciò che l’economia di profitto ha in gran parte sottoposto al suo controllo: il cervello, l’intelligenza, gli affetti, il corpo. La re-informazione, la stimolazione culturale, la pratica alternativa d’organizzazione della vita, la non violenza, il sapere cosciente, diventano forze attive, potenziale atto a poter ribaltare il nuovo circolo vizioso economico denaro-sapere-denaro in ciclo virtuoso sapere-denaro-sapere. Un ciclo dove il denaro ridiventa mezzo e non più fine dello scambio di saperi (il comune).
Su questa strada l’arte, in quando non ideologica, non costitutiva, non mistificatrice, ma un’autentica valenza conoscitiva, contenuto di verità rinvenibile nella sua capacità di sfuggire ai meccanismi della società ad organizzazione statale denunciandone la spietata disumanità (Adorno), assume un ruolo particolarmente importante. È quindi certamente possibile”immaginarsi un miracolo razionale in cui l’umanità si riconcilia con la natura esterna del lavoro, nonché con la natura interna dell’umanità nell’arte” (Darrow Schecter). In questa dimensione l’ermeneutica dei concetti di controllo e sicurezza avranno tutt’altro significato e forse, come parole, saranno del tutto inutili.


Costantino Ciervo - Berlino 28-5-08